 La società italiana è testardamente replicante. Quel “non saremo più come prima”, che un anno fa dominava la psicologia collettiva, è mutato in un “siamo sempre gli stessi”. Un forte comportamento adattativo-reattivo ha permesso di resistere alla crisi, anche se si vive con l’ansia di non farcela, poiché prevale l’inquietudine per un eventuale ulteriore peggioramento della situazione. Questa la fotografia dell’Italia scattata dal Censis nel suo 43esimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese e presentato oggi dal suo direttore generale, Giuseppe Roma, che non esita a parlare di “vita in apnea”.
Sfogliando le circa 700 pagine del rapporto del Censis, emerge uno spaccato chiaro: il posto di lavoro, il debole potere di acquisto e le fragili prospettive di un reale cambiamento di tendenza, sono alcune delle principali preoccupazioni che attraversano da Nord a Sud il Paese e si accompagnano all’ampliamento della fascia di famiglie in bilico, a rischio di povertà.
Cresce insomma lo stato di ansia e di incertezza soprattutto da parte dei giovani che non riescono a vedere prospettive concrete per il futuro. Si va diffondendo sempre più il concetto del giorno per giorno, senza fare pianificazioni a lungo termine.
In particolare, più di una famiglia su quattro arriva a stento a fine mese. Per il 71,5% di esse, il reddito mensile è infatti appena sufficiente a coprire le spese. Il dato sale al 78,9% al Nord-Est, al 76,7% al Nord-Ovest, al 71% al Centro ma al Sud scende al 63,5%.
Per correre ai ripari e coprire almeno le necessità quotidiane, il 41% delle famiglie ha messo mano così ai risparmi accumulati, in oltre un quarto si sono svolti lavoretti saltuario per integrare il reddito, più del 22% ha utilizzato la carta di credito per rinviare i pagamenti al mese successivo, il 10,5% si è fatto prestare soldi da familiari, parenti o amici, l’8,9% ha fatto ricorso ai prestiti di istituti finanziari e il 5,1% ha acquistato presso commercianti che fanno credito.
E, in una corsa sempre più alla ricerca delle offerte e dei prezzi più convenienti, anche il carrello della spesa e la casa diventano low cost. Mentre si dice addio ai vizi che costano troppo, sigarette in testa.
C’è, inoltre, una tendenza a rinchiudersi: tutti i fenomeni di vita sociale ed economica si stringono in spazi sempre più circoscritti come dimostra la crescita della microcriminalità a livello di quartiere, di condominio, di famiglia o di scuola.
Ma se le famiglie si ingegnano e resistono alla crisi è pur vero che lo stress è dilagante. E la causa principale è il lavoro. O meglio: la sua mancanza. Nello scorso anno sono stati, infatti, persi oltre 760 mila posti. La crisi non ha risparmiato, infatti, le aziende: nel solo terziario, nel 2009, hanno chiuso i battenti ben 162mila imprese. L’industria e il turismo hanno perso il loro ruolo di “posto rifugio”.
Ed ancora. Detto che per il Censis l’Italia è un Paese dall’alto peso dell’imposizione fiscale (si colloca al sesto posto in Europa con una incidenza del 42,8% sul Pil, a fronte di una media europea del 39,8%), va pur sottolineato che il nero continua ad aumentare. I numeri più delle parole. Il 50% degli italiani presenta al fisco redditi che non vanno oltre i 15.000 euro, il 31% dichiara tra 15.000 e 26.000 euro, mentre solo il 2,2% va oltre i 70mila. Stime che portano l'economia sommersa al 19% del Pil. E con la crisi tale quota potrebbe essere aumentata, raggiungendo un valore di 275 miliardi di euro.
Fonte Miaeconomia.it |